Quando cinque anni fa la serie di film tratti da Mortal Kombat è ripartita, dopo i primi girati negli anni Novanta, da subito è stato chiaro che non era passato nemmeno un giorno, che non c’era l’intenzione di farne qualcosa di alla moda, anzi che quella era la controriforma! In un’epoca di film con combattimenti molto tecnici o di adattamenti da videogiochi intellettuali o ancora con budget grandissimi, questo sarebbe stato un adattamento come una volta: basso budget, nessun attore noto, focus sui combattimenti ben poco tecnici e molto esagerati. E soprattutto per niente raffinato.Siamo sempre dalle parti del torneo tra umani e disumani (stavolta anche resuscitati) per il bene dell’umanità e della Terra tutta. Eroi ed eroi riluttanti vengono evocati e finiscono nelle location del videogioco per combattere fino alla morte. Con anche un indicatore di come sta andando la battaglia che si staglia nel cielo. La flebilissima trama, fioca fioca, viene portata avanti tra un combattimento e l’altro. Perché stavolta (come del resto già in Mortal Kombat - Distruzione totale del 1997) l’enfasi è davvero tutta sulla replica delle dinamiche di gioco e il menarsi. Quel poco di intreccio e trama o sviluppo dei personaggi che c’è è direttamente collegato agli eventi del primo senza nessuna forma di riassunto o aiuto per chi, dopo 5 anni, non ricorda niente. Insomma c’è poco e, se non avete appena visto il film precedente, quel poco è anche difficile da capire.WarnerLa questione centrale qui chiaramente è un’altra, è rievocare un’idea di azione e arti marziali molto falsa e soprattutto iperbolica, e fare un film che è un atto di resistenza alla modernità. Sono passati 30 anni dal primo adattamento di Mortal Kombat e fatta eccezione per gli sfondi digitali (notevolmente migliorati) tutto il resto è quasi uguale. Uguale la fotografia, uguale la poca plausibilità posticcia dei costumi. Uguale il trucco e uguale la scrittura. Una vera operazione di mimesi degli anni Novanta, con in più il beneficio di vere fatality finali, cioè veri squartamenti con grandi inquadrature di sangue e organi (come nello spirito originale dei videogiochi) tutto digitalissimo e falsissimo.E che sia un atto di resistenza lo capiamo bene quando Karl Urban, che interpreta il personaggio di Johnny Cage, cioè un attore di film d’azione una volta campione d’arti marziali che finita la moda degli action anni Ottanta non ha più trovato lavoro, prende in giro la concorrenza. In una delle prime scene Cage lamenta che ai giovani non interessano più film come i suoi, ma vogliono l’azione tecnica e il “duro realismo” di John Wick* Fa ridere perché poco prima di questa battuta abbiamo visto un segmento di uno dei suoi film, girato per essere la presa in giro degli action anni Ottanta, esageratamente esagerato, implausibile e un po’ ridicolo. Ma fa ancora più ridere se si pensa che l’equivalente di quei film lì, oggi, è proprio questo che stiamo vedendo.WarnerCerto poi ogni personaggio avrà il suo arco narrativo, maturerà le sue consapevolezze (specialmente Cage) e alla fine trionferanno i veri valori del cinema d’azione di una volta: onore, giustizia e impegno nel fare la propria parte in una lotta più grande (praticamente la lotta alla diserzione). In un trionfo di ralenti di bambini che piangono, figlie che vendicano i padri e mentori da tenere in vita e mostri che hanno quel che si sono sempre meritati per il fatto di essere mostri. Così quando alla fine di tutto ritorna (come sempre) il tema techno di Mortal Kombat, forse uno dei brani più trucidi che siano mai stati scritti per un film, non stona nemmeno. Anzi. È l’unica possibile chiusura di un film così fieramente fuori dal tempo.
Puoi cambiare il mondo intorno a Mortal Kombat, ma Mortal Kombat non cambierà
Il secondo capitolo della nuova serie di film tratti dall'omonimo videogioco rinuncia a tutto quello che di moderno si fa con i film d'azione o gli adattamenti e torna indietro ai vecchi film di serie B






