“Il tempo diventa nient’altro che un sottile fascio di luce che filtra attraverso i piccoli fori di una lastra di metallo”. Così la premio Nobel per la Pace Narges Mohammadi racconta la vita in isolamento. Non c’è orologio. Non c’è giorno, né notte: soltanto una striscia di luce che entra da una lamiera forata sopra la porta. È uno dei passaggi degli scritti usciti clandestinamente dalle carceri iraniane e pubblicati dal quotidiano britannico The Guardian, parte dell’autobiografia Una donna non smette mai di lottare in uscita quest'anno e che raccoglie pagine fatte arrivare all’esterno grazie all’aiuto di altre detenute e visitatori, spesso rischiando la propria vita.In quelle righe Mohammadi descrive ciò che viene definita “tortura bianca”, ovvero un isolamento prolungato, la privazione sensoriale, gli interrogatori continui. Una forma di violenza che non lascia lividi fisici, evidenti, ma che consuma la mente dei detenuti.È anche dentro questa esperienza che si è costruita la storia della donna che nel 2023 ha ricevuto il premio Nobel per la Pace per “la sua lotta contro l’oppressione delle donne in Iran e per la promozione dei diritti umani e della libertà per tutti”. Quando il premio è stato annunciato, Mohammadi era già in prigione.L'attivismo che attraversa tutta la sua vitaPrima dell’arresto, delle celle e dei processi, Mohammadi era un’ingegnera laureata in fisica. Ma già durante gli anni universitari aveva scelto una strada diversa: quella dell’attivismo civile.Il suo lavoro si è concentrato soprattutto su due battaglie. La prima è la difesa dei diritti delle donne nella Repubblica Islamica. La seconda è la campagna per l’abolizione della pena di morte in Iran.Nel tempo è diventata una delle figure principali del Centro dei difensori dei diritti umani, organizzazione fondata dall’avvocata iraniana Shirin Ebadi, anche lei premio Nobel per la pace nel 2003 per il suo impegno nella difesa dei diritti umani, in particolare quelli delle donne e dei bambini. Ma quell’impegno ha avuto un costo altissimo. Mohammadi è stata arrestata innumerevoli volte e condannata complessivamente a oltre quarant’anni di carcere e 154 frustate. Le accuse sono quasi sempre le stesse: propaganda contro il regime, minaccia alla sicurezza nazionale, attività sovversiva.Le carceri e la denuncia dell'isolamentoUna parte importante della sua vita si è svolta dentro le mura di alcune delle prigioni più note del sistema penitenziario iraniano, come la prigione di Evin, quella di Qarchak e il carcere di Zanjan.Da lì, Mohammadi ha continuato a scrivere e denunciare ciò che accadeva dentro quelle strutture. In una lettera diffusa nel 2022 raccontò del verificarsi di episodi di violenze sessuali e abusi contro detenute arrestate durante le proteste.Nei suoi scritti, pubblicati da The Guardian, l’isolamento appare come un’esperienza che altera completamente la percezione della realtà: “In una cella, il tempo stesso può condurre una persona alla follia”. La cella è descritta come uno spazio quasi privo d’aria, con una finestra coperta da una lamiera da cui entrano soltanto minuscoli raggi di luce. I giorni scorrono senza misura, mentre l’unico suono che rompe il silenzio e scandisce lo scorrere del tempo è il campanello che annuncia l’arrivo delle guardie.La voce delle proteste Donna, vita, libertàNel 2022 l’Iran è stato attraversato da un’ondata di proteste senza precedenti, seguite alla morte di Mahsa Amini, una ragazza curda di 22 anni arrestata a Teheran dalla polizia morale perché accusata di non indossare correttamente il velo. Dopo tre giorni di detenzione, Amini è morta in ospedale. La versione ufficiale parla di un malore improvviso, ma la famiglia e molti testimoni hanno denunciato le percosse subite durante l’arresto. La sua morte ha acceso proteste in tutto il Paese contro il sistema di repressione iraniano. Durante queste proteste Mohammadi era in carcere. Ma anche da lì Mohammadi ha continuato a sostenere quelle proteste, denunciando la repressione contro le manifestanti e raccontando, al contempo, cosa stesse accadendo dentro le prigioni.La mobilitazione che ne è nata – il movimento Donna, vita, libertà – ha trasformato il paese in uno dei principali fronti di contestazione al potere della Repubblica Islamica. Migliaia di donne hanno sfidato apertamente l’obbligo del velo e il sistema di controllo imposto dallo Stato.Il Nobel per la Pace assegnato nel 2023 è arrivato in virtù di questa forza e coraggio: un riconoscimento che ha dato una dimensione globale alla battaglia portata avanti dalle donne iraniane.Una famiglia divisa dall'esilioLa repressione non ha colpito solo la sua vita pubblica. Il marito Taghi Rahmani, giornalista e attivista, vive da anni in esilio in Europa. I loro due figli, che hanno ritirato per lei il Nobel nel 2023, sono cresciuti lontano dalla madre.Nel 2024 Rahmani ha partecipato al Wired Next Fest di Milano, dove ha raccontato la situazione iraniana e la lunga battaglia della moglie. Parlando dal palco ha spiegato che il velo obbligatorio non è soltanto una norma religiosa, ma uno strumento politico con cui il regime esercita controllo sulla vita delle donne. “La Repubblica Islamica, attraverso il velo, vuole esercitare il suo potere sull’intera vita delle donne”, ha detto. “Lo usa come strumento di repressione, ma ha solo fatto in modo che la loro resistenza aumentasse”.Nel suo racconto c’è anche la dimensione privata della lotta: la distanza forzata da una madre che i figli non vedono da anni e con cui spesso non possono neppure parlare al telefono.La salute compromessa e il rilascio per cure medicheLa lunga detenzione ha lasciato segni profondi anche sul corpo di Mohammadi che da tempo soffre di patologie cardiache, polmonari e neurologiche. Nella permanenza in carcere le cure mediche le sono state più volte negate, oltre che ritardate. Nel 2018 ha dovuto affrontare un’isterectomia eseguita con grande (e colpevole) ritardo e complicata da un’infezione post-operatoria. Nel 2024 ha subito un intervento complesso alla gamba, inizialmente legato al sospetto di una lesione tumorale, per poi tornare in carcere dopo l'operazione.Negli ultimi mesi le sue condizioni sono peggiorate ulteriormente. Nel marzo 2026 ha avuto un infarto mentre si trovava detenuta nel carcere di Zanjan, dove era stata trasferita dopo una nuova condanna.Solo dopo settimane di pressioni da parte della famiglia e della comunità internazionale le autorità iraniane hanno concesso la sospensione della pena su cauzione, permettendole di essere trasferita in un ospedale di Teheran per essere seguita dal suo cardiologo e ricevere le cure specialistiche necessarie.Secondo la fondazione che porta il suo nome, Mohammadi necessita di cure mediche permanenti e non dovrebbe tornare in carcere per scontare gli anni di pena che le resterebbero.Scrivere, anche da una cella in isolamentoGran parte della storia di Narges Mohammadi è stata raccontata da lei stessa, spesso da dietro le sbarre. I suoi testi usciti clandestinamente dalle carceri iraniane mostrano la repressione del sistema carcerario, ma anche la determinazione di chi continua a lottare anche quando ogni spazio di libertà sembra compromesso o persino annullato.In un altro dei passaggi pubblicati dal Guardian si concentra sulla porta che, fisicamente, le ha ostacolato ogni forma o accesso alla libertà: “Una porta implica possibilità. Può essere aperta, chiusa, attraversata o lasciata andare, a tua scelta. In isolamento la porta diventa qualcos’altro”.La vita di Mohammadi per anni è scorsa dietro (o davanti) quella porta. Eppure nulla ha impedito alla sua voce di continua a essere ascoltata.