Una vita segnata da sacrificio e lotta contro l'oppressione del regime islamico, sempre in prima linea per i diritti umani e la libertà delle donne in Iran: una battaglia che le è valsa il premio Nobel per la Pace nel 2023.

Ma anche dure condanne al carcere nel suo Paese e 154 frustate nelle celle del famigerato carcere di Evin a Teheran, quello più duro destinato agli oppositori. Narges Mohammadi, ingegnera e giornalista iraniana, è nata nel 1972 e la sua adolescenza è stata scandita dagli scontri della rivoluzione iraniana, che hanno plasmato il suo attivismo.

Sin dai tempi dell'università, quando tra i corridoi della facoltà di Fisica, fondò gruppi di dibattito politico iniziando il cammino della mobilitazione sociale anti-regime. Dopo la laurea ha lavorato come ingegnere, ma i diritti umani sono stati e restano la sua stella polare. Agli inizi degli anni 2000, è diventata vicepresidente del Centro Difensori dei Diritti Umani (DHRC), fondato dalla prima iraniana premio Nobel, Shirin Ebadi. Da allora, la sua lunga lotta si è concentrata sulla campagna contro la pena di morte ed il velo ed è proseguita, più di recente, con il sostegno a 'Donna, Vita, Libertà', il movimento nato dopo la morte di Mahsa Amini, la 22enne curda morta mentre era sotto la custodia della polizia morale per non aver indossato l'hijab correttamente.