Davide Simone Cavallo è lo studente universitario milanese che ha perso l’uso delle gambe dopo essere stato accoltellato da un gruppo di ragazzi per una banconota da 50 euro, nei paraggi di Corso Como, sette mesi fa. Ha scritto una lettera di quindici pagine, talmente potente, profonda e contro lo spirito del tempo che non mi sento all’altezza di commentarla. Perciò mi limiterò a riassumerla in quindici righe, come si fa (o si faceva) a scuola con i classici.
«Non odio chi mi ha ridotto così. Dovrei farlo, sarebbe logico, ma non mi riesce. Se sei in grado di metterti nei panni di chi dovresti odiare, forse, sei in grado anche di perdonarlo. A quei ragazzi dico: ho compassione per voi, conosco la vostra rabbia, quel dolore immotivato frutto del non capire, non capirsi, e inevitabilmente, non essere capiti. Abbiate pietà di voi stessi, non lasciatevi definire da quel che è successo. Non siete perduti... Con tutta la rabbia che provo io, ci si potrebbe riempire un oceano. Nonostante questo, quando mi sono svegliato in ospedale amavo quel braccio libero che mi era rimasto. Se non amassi il mondo, non ci sarei voluto tornare. Sono grato di ogni istante perché ho capito una cosa: per quanto difficile sia la vita, non mi fa paura... Oltre all’uso delle gambe, ho quasi perso me stesso. Invece eccomi qua, un ragazzo come altri. Solo più fortunato, forse, e un po’ ferito. A chi ha ancora un corpo intero, suggerisco di non darlo mai per scontato. Vivete, viaggiate, amate quanto più potete e lasciate andare il male».










