«Nei supermercati americani, il 90% dei prodotti non è vero Made in Italy: è solo Italian sounding». Lo dice Patrick Capriati, Senior trade analyst dell'ufficio Ice di Chicago, con la sicurezza di chi quei corridoi li conosce bene. Non è un'esagerazione. È la fotografia di un mercato — quello statunitense — dove la pasta confezionata in New Jersey, il Parmigiano grattugiato prodotto in Wisconsin e l'olio extravergine imbottigliato in California occupano scaffali interi sotto bandierine tricolori e nomi che strizzano l'occhio alla Penisola. Il problema è reale, diffuso, e costa caro all'Italia — non solo in termini economici, ma di identità. Per contrastare questo fenomeno, Ice ha messo in campo una strategia precisa sul fronte della grande distribuzione organizzata.

L'ufficio di Chicago — responsabile per la Gdo e il private label negli Stati Uniti — ha mappato le top 50 catene della distribuzione americana e lavora direttamente con i loro buyer per costruire partnership certificate. Il meccanismo è semplice nella logica, ma rigoroso nell'esecuzione: le catene che vogliono posizionarsi come punto di riferimento autentico per i prodotti italiani devono consegnare a Ice l'elenco completo dei brand che intendono trattare. Ogni prodotto viene verificato, perché — e questo la dice lunga sul livello di confusione che regna sugli scaffali — spesso le stesse catene non sono in grado di distinguere il vero Made in Italy dall'Italian sounding. Solo chi supera i controlli diventa partner ufficiale di Ice, e può utilizzare quella collaborazione come leva di credibilità verso i consumatori. Un bollino implicito, ma potente: questi prodotti sono stati verificati, non si tratta di suggestione tricolore.