Le grandi piattaforme digitali devono pagare un equo compenso agli editori quando riproducono o diffondono contenuti giornalistici? Il dibattito in merito è ancora apertissimo ma, intanto, la Corte di giustizia dell’Unione europea mette nero su bianco che un’ipotesi del genere è legittima, perché compatibile con il diritto europeo. È quanto sancisce una sentenza del 12 maggio 2026, arrivata dopo il riscorso che Meta aveva presentato nel 2023 contro l’Agcom (Autorità per le garanzie nelle comunicazioni).Dalla direttiva europea sul diritto d’autore all’equo compenso per gli editoriIl punto di partenza è la direttiva europea sul diritto d’autore e i diritti connessi nel mercato unico digitale, entrata in vigore nel 2019 e recepita in Italia nel 2021. Proprio il decreto legislativo di recepimento rende più dettagliato il meccanismo previsto dalla direttiva, perché prevede per gli editori il diritto a un equo compenso quando le piattaforme online utilizzano i loro contenuti giornalistici.In sostanza, Meta e Google devono negoziare questo compenso con gli editori, fornendo loro i dati necessari per calcolarlo. Cosa non meno importante, durante il periodo di trattativa non possono oscurare i contenuti nei risultati di ricerca. E se le due parti non raggiungono un accordo? In tal caso interviene l’Agcom che ha il compito di fissare i criteri per il calcolo dell’equo compenso agli editori, verificare il rispetto delle disposizioni e, se necessario, imporre sanzioni a chi non è in regola.Il ricorso di Meta contro la legge italiana sul diritto d’autore onlineQuando nel 2023 l’Agcom ha definito i criteri per determinare l’equo compenso, Meta ha fatto ricorso al Tribunale amministrativo regionale (tar) del Lazio. Secondo l’azienda, l’Italia si sarebbe spinta troppo in là rispetto all’articolo 15 della direttiva copyright, quello che riconosce agli editori il diritto di autorizzare o vietare l’utilizzo online delle proprie pubblicazioni giornalistiche. In più, il legislatore avrebbe attribuito un potere troppo ampio all’Agcom. Nel loro insieme, questi obblighi avrebbero violato la libertà d’impresa garantita dalla Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea.Perché la Corte di giustizia europea ha respinto le argomentazioni di MetaLa Corte di giustizia europea smonta le argomentazioni di Meta. Spiega innanzitutto che la direttiva attribuisce agli editori diritti esclusivi sulla riproduzione e sulla diffusione online dei contenuti giornalistici, ma lascia agli Stati membri un certo margine di scelta su come renderli effettivi. Ed è entro questo margine di scelta che uno Stato – come l’Italia appunto – può prevedere un equo compenso, a patto il corrispettivo scatti soltanto quando una piattaforma ottiene il via libera per usare i contenuti. Un’autorizzazione che gli editori possono anche negare o concedere gratis. E, se la piattaforma non usa i contenuti, non dev’essere obbligata a pagare nulla.Secondo i giudici, è legittimo imporre alle piattaforme di negoziare con gli editori e condividere i dati necessari per calcolare l’equo compenso, perché solo loro dispongono delle informazioni utili a stimare il valore economico generato dai contenuti giornalistici online. Anche il divieto di ridurne la visibilità durante le trattative viene considerato legittimo: serve a evitare che le piattaforme facciano pressione sugli editori. Lo stesso vale per i poteri attribuiti all’Agcom, ritenuti necessari per applicare questi diritti.La Corte di giustizia europea riconosce che tecnicamente, come dice Meta, questo impianto normativo limita la libertà di impresa. Ma “tale restrizione appare giustificata e proporzionata rispetto agli obiettivi del diritto dell'Unione di garantire il buon funzionamento e l’equità del mercato per il diritto d’autore e di consentire agli editori di recuperare gli investimenti necessari alla produzione delle loro pubblicazioni”.La reazione di Meta e quella degli editori, in attesa che l’equo compenso arrivi davveroAdesso cosa succede? Innanzitutto, che il ricorso di Meta torna al Tar: la Corte di giustizia europea non sostituisce i giudici nazionali, ma fissa principi che dovranno essere applicati al caso concreto e che potrebbero pesare anche su controversie simili in altri Paesi. Meta, attraverso un suo portavoce, dichiara di accogliere con favore “la conferma da parte della Corte di giustizia dell'Unione europea che l'articolo 15 costituisce un diritto esclusivo e che non prevede alcun pagamento da parte dei provider quando questi non utilizzano pubblicazioni giornalistiche”. E promette di collaborare in modo costruttivo “quando la questione tornerà dinanzi ai tribunali italiani”.Soddisfatta la Federazione italiana editori giornali (Fieg). “La decisione della Corte di giustizia europea conferma la validità del percorso intrapreso dall’Italia per tutelare l’informazione professionale nell’ecosistema digitale”, dichiara il presidente Andrea Riffeser Monti. “Viene riconosciuto un principio essenziale, per il quale ci battiamo da anni: i contenuti editoriali hanno un valore economico e democratico che non può essere ignorato né utilizzato senza un’equa remunerazione”.La partita economica resta aperta, perché la Corte non stabilisce quanto le piattaforme devono pagare, né sblocca i compensi per gli editori. Dopo questa pronuncia, però, per le Big Tech sarà molto più difficile contestare alla radice il modello italiano dell’equo compenso.
Meta e Google devono negoziare un equo compenso con gli editori, ecco cosa dice davvero la sentenza della Corte di giustizia europea
Respinte le argomentazioni di Meta: l’Italia può quindi prevedere un equo compenso agli editori per l’uso dei contenuti giornalistici da parte delle piattaforme online










