A lanciare l’allarme su questo cambio di rotta, paradossalmente, non è stato un esponente del centrodestra né un editorialista garantista, ma una figura interna allo stesso mondo delle toghe: una consigliera del Consiglio superiore della magistratura, la giudice Bernadette Nicotra. La magistrata, come riportato ieri dal Tempo, ha denunciato il rischio che l’Anm stia evolvendo in una struttura politico-culturale permanente, capace di influenzare stabilmente la vita pubblica italiana. Dopo la battaglia referendaria sulla giustizia, una parte della magistratura, è ormai evidente, ha maturato la convinzione di essere investita di una missione politica ulteriore rispetto alla semplice difesa dell’autonomia della giurisdizione. Non più soltanto tutela dell’indipendenza dei magistrati, ma presenza costante nel dibattito pubblico, mobilitazione sociale, pressione culturale e condizionamento dell’agenda politica nazionale. In altre parole: un soggetto politico. Nicotra, in particolare, ha criticato apertamente alcuni documenti provenienti dall’area progressista delle toghe, nei quali si rivendica per l’Anm un «ruolo protagonista nel confronto pubblico» e un dialogo «continuo e incisivo con la società civile». Espressioni che, lette in controluce, sembrano indicare la volontà di trasformare l’Anm in qualcosa di molto diverso da una associazione che si occupa di temi prettamente sindacali.