C’è stato un tempo in cui bastava pronunciare tre lettere - Ior - perché nei corridoi romani partisse il solito rosario laico di sospiri, allusioni, sopracciglia alzate e racconti mezzi veri e mezzi inventati. Oggi, invece, dal Torrione Niccolò V arriva una fumata d’oro. L’Istituto per le opere di religione ha approvato il bilancio 2025 con un utile netto di 51 milioni (+55,5% rispetto all’anno precedente). Si tratta del miglior risultato degli ultimi dieci anni. La Commissione cardinalizia ha deliberato un dividendo per il Papa in rialzo del 76,1% a 24,3 milioni. Una cifra che, raccontata così, sembra uscita dal consiglio d’amministrazione di una banca d’affari di Zurigo più che dai palazzi dove si discute di anime, missioni e carità.

E invece il punto è proprio questo: il Vaticano, lentamente, faticosamente, con la pazienza di chi restaura un affresco annerito da secoli di candele, ha trasformato lo Ior da problema globale a strumento finanziario credibile. Naturalmente nessuno in Vaticano dirà mai che «la banca va forte». Sarebbe troppo terreno, troppo volgare, troppo da trader con la mozzetta. Meglio formule liturgiche: «solidità patrimoniale», «prudenza», «sostegno alle opere di religione e carità». Il Vaticano lo racconta quasi con pudore. Ma nei Sacri palazzi sanno benissimo che questi numeri sono anche un messaggio politico. Perché la Santa Sede attraversa una stagione economicamente delicata: i costi crescono, le offerte dei fedeli non bastano, la macchina globale della Chiesa pesa enormemente sui bilanci. E allora quei 24 milioni destinati al Papa sono ossigeno. Sono stabilità. Eppure, nonostante il clima apparentemente trionfale, dentro il Vaticano nessuno si illude che la partita sia finita.