Ottopermilleallachiesacattolica ormai si pensa così, tutto attaccato, come se fosse una parola sola. Un po’ come «tuttigiùperterra» o il «tuttointornoate» di Vodafone. O se preferite la citazione colta, il «Doukipudonktan» (Macchiffastapuzza) con cui Raymond Queneau apriva “Zazie nel metrò”, stilizzando il francese popolare. Sappiamo che l’otto per mille di qualcosa può essere dato ogni anno a enti e associazioni e vagamente abbiamo capito che anche il cinque per mille e due per mille seguono la stessa traiettoria, mediata dallo Stato. Ma qual è la differenza?
Sono tutte e tre piccole quote dell’Irpef, cioè dell’imposta che si paga sui redditi. L’espressione «per mille» indica quanta parte di quell’imposta viene calcolata: due, cinque od otto euro per ogni mille euro. Non sono soldi in più da versare e non sono una donazione: il contribuente quelle tasse le deve comunque pagare. Con una firma nella dichiarazione dei redditi può solo decidere dove far andare una piccola quota: allo Stato, a una confessione religiosa, a un ente del Terzo settore, alla ricerca, al Comune, o a un partito. Le caselle si trovano nella stessa scheda, ma cambiano tre cose: i destinatari, le regole e cosa succede se il contribuente non firma.







