Quando si citano a pappagallo i soldi spesi dal Como nel tentativo di sminuirne l’impresa, bisognerebbe prima considerare il nastro di partenza rispetto alle competitor. Nove anni fa, il Como ripartiva dalla polvere della D. Ieri ha conquistato, perla prima volta, l’Europa. Non è passato nemmeno un decennio.

È una salita che, nei top 5 campionati europei, non ha eguali: il Lipsia ci ha messo 7 anni, vero, ma entrando nell’ecosistema Red Bull e diventandone club di punta, e lo Strasburgo, fallito nel 2011, ci è riuscito nel 2019, ma passando perla coppa nazionale, non per una posizione di vertice in campionato.

E poi, se vogliamo dirla tutta, di soldi ne sono stati spesi perfino pochi in relazione alle grandi con cui oggi il Como si confronta e che non hanno dovuto strutturarsi velocemente per un triplo salto di categoria. Il club lariano è settimo in serie A per prezzo d’acquisto del parco giocatori. Ha speso 350 milioni in meno della Juventus e 210 milioni in meno del Milan, che pure lottano per lo stesso obiettivo. E per monte ingaggi è 11°, quindi teoricamente dovrebbe puntare alla parte sinistra della classifica e niente di più. Un esempio, tra gli altri: il gol che vale l’Europa - e che gol - porta la firma di Douvikas, un colpo da 11 milioni, acquistato mentre era riserva nel Celta Vigo. Briciole, guardando la Fiorentina che ne spende 25 per Piccoli, la Roma 30 per Dovbyk, il Milan 35 per Gimenez, il Napoli 35 per Lucca, tanto per citare alcuni esempi di prime punte tra i club contro i quali il Como lotta per meriti sportivi, non di certo finanziari.