È il metodo educativo più in voga, ma anche il più criticato: il gentle parenting mette in primo piano il rispetto e i bisogni emotivi del bambino, ma secondo i suoi detrattori è la causa della maleducazione (e non solo) dei giovanissimi. Cosa c’è di vero in queste critiche?

di Giulia Mattioli

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“Il ‘no’ è diventato una parolaccia nell’educazione dei figli”. “La mancanza di disciplina sta trasformando mia nipote in una mocciosa viziata”. “Il gentle parenting è da incolpare per la violenza nelle scuole primarie?”. Titoli così, corredati da una valanga di commenti online, stanno alimentando un dibattito sempre più acceso sul metodo educativo noto come gentle parenting, diventato popolare nell’ultimo decennio. Secondo i critici, questo approccio renderebbe i ragazzi meno capaci di autoregolarsi, più insofferenti alla frustrazione e più oppositivi. In una parola: più maleducati.

Il gentle parenting – anche chiamato disciplina dolce o educazione rispettosa –è un approccio che si basa su empatia, rispetto e connessione emotiva tra adulto e bambino. È nato in contrapposizione all’autoritarismo, e si inserisce nel più ampio cambiamento culturale che, soprattutto dalla seconda metà del Novecento, ha rivalutato l’infanzia come fase fondamentale dello sviluppo umano. Influenzato dagli studi di psicologia dello sviluppo e dell’attaccamento, questo approccio riflette una società più attenta ai bisogni emotivi, ai diritti dei bambini e alla qualità delle relazioni familiari.