«Lo pseudo concetto di alienazione parentale, screditato e non scientifico» viene utilizzato «nei procedimenti di diritto familiare dai maltrattanti come strumento per continuare ad abusare e per minare e screditare le accuse di violenza domestica da parte di madri che cercano di tenere al sicuro i propri figli». Tutto in violazione del principio del superiore interesse del bambino.

Non usa mezzi termini il rapporto sull’alienazione parentale firmato dalla relatrice speciale Onu sulla violenza contro le donne, Reem Alsalem, che lo ha illustrato il 20 novembre in Italia al Senato durante un’iniziativa promossa dalla dem Valeria Valente. «Il ricongiungimento forzato dei minori ad uno dei genitori e l’allontanamento forzoso dall’altro al fine di conseguire la riunificazione dal genitore rifiutato è una forma di tortura e maltrattamento istituzionale», ha chiosato l’esperta giordana in questioni umanitarie e di genere. Che ha messo nel mirino anche i cosiddetti «campi di riunificazione», centri o case famiglia dove si forza il rapporto del minore con l’altro genitore: per la rapporteur andrebbero probiti.

Un intero impianto sotto accusa

Ma è tutto l’impianto che ruota intorno all’alienazione parentale a essere sotto accusa. Le 40 pagine del rapporto Onu denunciano ascientificità e strumentalità della teoria che era stata inventata dallo psicologo Richard Gardner per applicarla durante i divorzi ai bambini che denunciano abusi da parte dei padri: con l’alienazione e i suoi derivati, come il “rifiuto genitoriale”, sono censurati gli atti compiuti da un genitore, più spesso la madre, accusato di causare nel bambino un rifiuto dell’altro genitore, di solito il padre.