Non è una generazione di fenomeni perché l’unico fuoriclasse certificato è Sinner: è una generazione di talentuosi combattenti, al netto delle eventuali fragilità dei giovani di oggi, peraltro non dissimili da quelle che cantava Gaetano Curreri nel 1991. Comunque, sono ragazzi che sanno giocare e soffrire, e a noi basta così. Curioso, piuttosto, che sette italiani ancora in corsa al Foro siano del 2001 (in ordine di comparizione: Elisabetta Cocciaretto, 25 gennaio; Matteo Arnaldi, 22 febbraio; Mattia Bellucci, 22 giugno; Jannik, 16 agosto) o del 2022 (Lorenzo Musetti, 3 marzo; Flavio Cobolli, 6 maggio; Luciano Darderi; 19 settembre). Sono nati negli anni dell’attacco qaedista all’Occidente e delle guerre in Iraq e Afganistan, quando, più o meno, si stava come adesso. Nel 2011, alcuni di loro s’incrociavano già nei tornei. Sinner no, lui di fatto aveva saltato la routine degli under qualcosa, indeciso com’era tra tennis e sci, mentre Darderi era appena sbarcato da un aereo proveniente da Buenos Aires. Tutti, comunque, adesso si trovano più o meno ogni settimana sui campi dei Masters 1000 e degli Slam, da Melbourne a Cincinnati, da Wimbledon a Shangai.

Cinque giorni fa, accogliendo al Quirinale le nazionali vincitrici della Davis e della Billie Jean King Cup, Sergio Mattarella aveva descritto il tennis azzurro come una realtà consolidata, non un episodio o una fiammata. Considerando gli italiani sopravvissuti ai secondi turni di venerdì e sabato, è una corretta constatazione tecnica e statistica. La conferma viene dai match di Bellucci, Cobolli e Sinner, che personalmente mi sono costati dodicimila passi di avant’indrè dalla Supertennis Arena alla BNP Paribas Arena e infine al Centrale.