Visto che il “caso Minetti” si va sgonfiando di giorno in giorno, al Fatto hanno pensato bene di buttarla sull’ideologia. E così in un lungo articolo Veronica Gentili ci ha spiegato che l’assoluzione della pubblica opinione nei riguardi dell’organizzatrice delle “cene eleganti” del Cavaliere è avvenuta in un batter d’occhio a causa del suo essere madre adottiva. È bastata un’adozione difficile (che per quelli del Fatto resta dubbia e strumentale nonostante gli ultimi documenti dell’Interpol che certificano un iter del tutto legale) per far dimenticare la vita di “peccato” che Minetti trascorreva all’ombra di Arcore con le altre olgettine. Insomma, si lamenta Gentili, la «mamma è sempre la mamma» nella cultura dominante e così vedere Minetti col bimbo al parco e cagnolone al seguito ha indotto l’italica ipocrisia bigotta a dimenticare yacht, lusso e ragazze selezionate.

Si potrebbe obiettare che di contro all’ipocrisia bigotta, e perfettamente speculare ad essa, il moralismo bacchettone condanna le Minetti di tutti i tempi a una indelebile lettera scarlatta. Che poi, a ben guardare, lo scandalo non erano le cene col bunga bunga, semmai il fatto che Minetti senza altri meriti che le suddette cene, fosse stata catapultata nel consiglio regionale lombardo col listino bloccato e con la promessa di un futuro ingresso in Parlamento che fortunatamente ci siamo risparmiati. Ma torniamo al mammismo di cui Veronica Gentili si duole nel profondo perché le donne non possono essere ridotte a «fattrici moderne». Forse pensa di trovarsi sul set di una nuova serie su “Il racconto dell’ancella”, perché è davvero difficile rintracciare nella sensibilità contemporanea una cultura della maternità degna di questo nome, ma è al contempo anche difficile rintracciare quel sentimentalismo “mammista” che resta un portato della famiglia borghese ottocentesca. Niente. Tutto cancellato. Tutto buttato alle ortiche. Anzi, si rivendica a più non posso accanto al diritto alla fluidità sessuale quello alla felicità individuale che non contempla il sacrificio della procreazione. Sono ormai due decenni che la parola “madre” è diventata uno stereotipo da abbattere, un corollario dell’odiato patriarcato, da quando Zapatero in Spagna approvò la legge che permetteva nei certificati di nascita di introdurre il “progenitore A” e il “progenitore B” al posto di “padre” e “madre”. Una battaglia linguistica che non c’entra nulla con l’abbattimento degli stereotipi di genere: si tratta di un passo avanti verso il transumanesimo che dovrà liberare l’uomo dalle “catene biologiche”. E a che scopo? Per aumentare le proprie capacità individuali, trasformandole per sostituire la compiuta evoluzione naturale e proseguire il corso evolutivo a proprio arbitrio.