ROMA I "falchi" della Polizia sigillano con le moto rosse fiammanti una stradina a due passi da via Veneto, si liberano di caschi e bandane per passare a scrutare finestre, porte, turisti intimoriti cambiano in fretta marciapiede. Marco Rubio fa capolino dal corteo blindato nel primo pomeriggio, sospira di fronte all'hotel dopo quaranta minuti intensi con papa Leone XIV in Vaticano. Oggi lo attende Giorgia Meloni a Palazzo Chigi. Ed è un incontro carico di aspettative quello con il segretario di Stato americano, in missione per conto di Trump nello Stivale nel tentativo di ricucire i rapporti della Casa Bianca con le due sponde del Tevere.
Iran, Hormuz, la guerra in Libano e l'energia. Vasto programma da squadernare nelle due colazioni di lavoro romane, la prima con il ministro degli Esteri Antonio Tajani, la seconda in un faccia a faccia nell'ufficio della premier che Meloni ha concesso volentieri. Incontro di "cortesia", provano a minimizzare da Palazzo Chigi. Leggasi: politico e delicatissimo.
Nelle ore in cui Trump continua a randellare l'Europa, a fissare nuovi ultimatum sui dazi, Meloni prende ago e filo. Con Rubio il "moderato", volto presentabile dell'amministrazione Usa, la premier parlerà schietto, senza nascondere la sorpresa e l'irritazione per gli attacchi partiti in queste settimane da Pennsylvania Avenue. Ma andrà anche al sodo, a cominciare dalla questione che più preme al governo italiano ovvero la trattativa per chiudere la guerra in Iran e fermare la crisi energetica che nasce a Hormuz e si trasforma in una zavorra sulle bollette e sul consenso. L'Italia farà la sua parte, è il messaggio della premier, manderà navi per sminare lo Stretto ma «insieme ai partner europei» e una volta terminate le ostilità. Insomma niente colpi di testa.










