VENEZIA - «Sappiamo chi è stato, gliela faremo pagare. Sarà un bagno di sangue». La chiamata alle armi riecheggia da Piove di Sacco, da Padova, trova sponda nel Veneziano, a Mestre e in laguna, ma anche tra i rioni popolari del resto della provincia e persino in Tunisia: parenti e amici di Jamel Mallat si uniscono ad altri connazionali che forse non conoscevano così bene il giovane annegato martedì in un canale di Venezia, ma che fanno comunque parte di quella stessa frangia che orbita attorno ai tantissimi che sul passaporto mostrano lo stesso cognome.

La morte del 22enne rischia di essere l’ultima scintilla destinata ad alimentare l’incendio sempre più feroce che è la faida tra le principali famiglie del distretto di Chebika, nel governatorato di Kairouan, una guerra che dalla Tunisia si è ormai estesa fino all’Italia. A fronteggiare i Mallat ci sono i Sakka, che in laguna, negli ultimi mesi, hanno alzato il livello del conflitto: minacce, aggressioni, pugnalate, fino alla tragedia di tre giorni fa, che per gli amici di Jamel non ha affatto i contorni di un incidente. Prima della caduta in acqua il ragazzo sarebbe stato raggiunto in un bar del centro storico in cui era da solo; accerchiato da alcuni esponenti del gruppo rivale, trattenuto dalla lama di un coltello: «Posalo e seguimi, la risolviamo fuori, con calma», suggeriva lui, in arabo. Ma le cose sono degenerate: poco dopo quella discussione, ripresa da un cellulare, ci sono le telefonate del 22enne che chiedeva aiuto. «Mi stanno inseguendo, sto scappando», diceva al cugino, chiamato in Tunisia. «Corri, non tornare a casa tua, sanno dove abiti. Chiedi ospitalità a qualcuno o ti verranno a prendere nel sonno», suggeriva il parente. Jamel ha quindi telefonato a un amico, ha ottenuto asilo. Ma è annegato prima di arrivare in quel rifugio.