VENEZIA - «Vi stiamo addosso, vi prenderemo tutti. Tuo cugino e tuo fratello faranno la stessa fine dei due di San Barnaba». Il messaggio vocale è partito da Venezia, è arrivato in Tunisia, poi è tornato in laguna, rimbalzando tra un telefono e l'altro, l'intimidazione che diventava un'allerta. Nei giorni scorsi, subito prima della morte di Jamel Mallat, amici e famigliari del 22enne annegato a San Polo se lo passavano tra loro con un brivido, consapevoli di quanto quelle minacce fossero concrete.

Il primo destinatario di quell'audio era proprio il fratello di Mallat, che vive ancora nel suo Paese natale ma che è in contatto costante con i parenti in Italia. A inviarlo, dal Veneziano, altri tunisini, stesso passaporto, stessa zona di origine - il distretto di Chebika, ma un cognome diverso: i Sakka sono una famiglia rivale, gli avversari di una faida che supera i confini nazionali e che negli ultimi mesi sta trasformando il centro storico in un campo di battaglia.

Il riferimento, infatti, non poteva essere più chiaro: sarebbe stato lo stesso gruppetto di Sakka ad aggredire a colpi di coltello due ragazzi il 22 aprile, in calle lunga San Barnaba; pugnalati alle gambe e alla pancia, erano due Mallat, imparentati tra loro alla lontana. Il legame di sangue però arriva fino a Jamel: uno dei due feriti era il fratello del cugino del 22enne, e anche questo ha subito un violento pestaggio, appena cinque giorni fa; accerchiato a Santi Apostoli, è stato accecato con uno spruzzo di spray urticante, gli è stata sfasciata una bottiglia di birra sulla testa, poi è stato riempito di calci e pugni, l'ospedale l'ha dimesso il giorno dopo certificando il trauma cranico e una prognosi da dieci giorni.