VENEZIA - Jamel Mallat. È questo il nome del 22enne tunisino il cui corpo è stato ritrovato martedì mattina dai vigili del fuoco nel canale che costeggia la corte Amaltea, nel sestiere di San Polo. A raccontare gli ultimi istanti di vita del giovane sono state le videocamere di sorveglianza installate all’esterno del palazzo del comando regionale della guardia di finanza, in calle del Scaleter, le quali puntano proprio sul Rio de San Polo.

Mallat sarebbe stato immortalato mentre, da solo e barcollante, attraversava corte Amaltea e si dirigeva in direzione della riva. Non è chiaro se il suo equilibrio fosse precario perché ubriaco, sotto l’effetto di sostanze o per qualche altra ragione: il medico legale sul suo corpo, però, non ha rinvenuto segni di violenza riconducibili a degli spintoni o ad un litigio avvenuto poco prima.

A trasformare quello che è sembrato essere fin da subito un banale scivolamento in un "giallo", sono un paio di telefonate che Jamel avrebbe fatto ai suoi amici qualche ora prima di annegare. «Mi stanno inseguendo, mi stanno pedinando», avrebbe confessato ad uno di loro al cellulare. Qualche minuto prima, invece, si era messo in contatto con suo conoscente residente a Mestre per chiedergli ospitalità: «Posso venire a dormire a casa tua questa notte? Sanno dove vivo, ho paura che mi vengano a prendere nel sonno». L’amico gli avrebbe anche risposto che non c’era alcun problema, che Jamel avrebbe potuto andare da lui quando voleva. In quell’appartamento di Mestre, però, il giovane non ci è mai arrivato.