C’erano una volta i fiordi incontaminati. Chi programma un viaggio in Norvegia difficilmente si lascerà scappare la bellezza dei famosi fiordi, delle montagne a picco incastrate tra paesaggi mozzafiato dove navigano barche da crociera e dove, sempre più spesso, è possibile anche imbattersi in gigantesche reti circolari che sono sempre sinonimo della presenza degli allevamenti ittici di salmone. Questo pesce in Norvegia è una miniera d’oro: il 70% del salmone che consumiamo al mondo proviene dagli allevamenti, la maggior parte dei quali si trova proprio nel Paese scandinavo dove si contano oltre 1000 realtà tra piccole e grandi produttori. Già oggi il mercato del salmone vale quasi 20 miliardi di dollari e le proiezioni lo danno in costante crescita.
Salmoni “dopati”: colpa della cocaina nelle acque reflue
Finora le autorità norvegesi hanno a più riprese pubblicato dati sulla buona qualità delle acque di allevamento e, in generale, sul basso impatto ambientale del sistema. Ma un nuovo rapporto però ci dice che - in un contesto già criticato per le possibili malattie, gli ibridi, gli impatti sulla biodiversità e le fughe dei salmoni - le famose “farm” norvegesi invece avrebbero ripercussioni fortemente negative sull’ambiente soprattutto dal punto di vista dell’alterazione degli ecosistemi. In una analisi appena pubblicata dal Sunstone Institute, che ha analizzato le acque dei fiordi norvegesi nel 2025, appare infatti una fotografia decisamente in contrasto con il mantra sostenuto finora sulla qualità degli ecosistemi in cui sono stati realizzati gli impianti: qui le acque appaiono così inquinate da essere addirittura paragonate alle “acque reflue non trattate di milioni di persone”.







