TREVISO - Chiare, fresche, dolci acque. Dove abbondano trote, carpe e cavedani. «Peschiamo da secoli. La gente non ci considera strani». Se a Treviso non è certo inedito vedere pescatori urbani con le galosce ammollo nei canali, è forse meno usale vedere turisti che attraversano l'Atlantico per provare la pesca urbana. Ma Paul Abercrombie, giornalista del New York Times che ha scritto un dettagliato reportage sulla pesca urbana a Treviso, potrebbe fare tendenza. Perché ha potuto sperimentare qualcosa di tipicamente trevigiano e insieme potenzialmente turistico.

Le persone spesso si chiedono perché proprio a San Francesco o lungo Riviera Comisso si debbano vedere pescatori in attesa. La verità è che l'acqua è pulitissima e i pesci trovano un habitat perfetto. Come ha potuto sperimentare il collega americano. «I miei stivali da pesca alti fino al petto e gli stivali di gomma stonavano decisamente con la gente in abito elegante che affollava le raffinate vie di Treviso, in Italia. Mi sentivo come un personaggio di "In mezzo scorre il fiume" catapultato sul set de "La dolce vita"». Così esordisce il giornalista. Abercrombie mentre scavalca la ringhiera al Ponte di Sant'Agata e si cala in acqua dove la sua guida, Damiano Molon, lo attende. «Sopra di noi, le strade brulicavano di auto, caffè e conversazioni. Qui, nell'acqua e quasi nascosti dal resto della città, era iniziata la nostra meditazione urbana».