Le recenti incresciose polemiche del Presidente Trump nei confronti del Santo Padre non ci devono far dimenticare l’unicità storica delle relazioni tra due potenze così diverse, ma nel contempo così eccezionali come gli Stati Uniti e lo Stato Vaticano. Eccezionalità che si riflette tanto sulla figura del Presidente nord Americano quanto su quella del Santo Padre.

Entrambe ci fanno venire a mente che nel XVIII secolo la prima missione americana presso la Santa Sede (lo Stato Pontificio) s’insediò solo con lo scopo primario di proteggere gli interessi commerciali statunitensi. Soltanto dopo la ratifica della Costituzione gli Stati Uniti iniziarono, infatti, a riconoscere la necessità di una rappresentanza consolare americana nella Roma capitale dello Stato Pontificio, centro di raccolta di preziose informazioni, non soltanto sulla Santa Sede, ma su tutta l’Europa.

Sorprendentemente, le obiezioni di carattere religioso all’instaurarsi delle relazioni diplomatiche furono all’inizio o sempre inesistenti perché fu assai chiaro che gli Stati Uniti avrebbero inviato un rappresentante al Papa nella sua qualità di sovrano, ma non nella sua veste spirituale di capo della Chiesa cattolica romana. Una distinzione che è ancora uno dei principi su cui si fonda la politica dell’ambasciata americana presso la Santa Sede. Nel 1848 gli Stati Uniti designarono il primo chargé d’affaires alla corte del Papa. Nonostante gli Stati Uniti avessero goduto di relazioni consolari ufficiali con lo Stato Pontificio già dal 1779, con questa legge del 1848 l’America riconobbe formalmente la Santa Sede come membro a tutti gli effetti della comunità delle nazioni.