Monsignor Giuseppe Baturi, Segretario Generale della Cei, dopo lo scontro tra Trump e Leone XIV, giovedì il Segretario di Stato Marco Rubio è atteso in Vaticano dal Pontefice. Un passaggio che riaccende di nuovo i riflettori su un legame strategico: quello tra Santa Sede e Stati Uniti.

Perché è così importante questo rapporto?

«La Chiesa ha sempre privilegiato relazioni fondate su rispetto e collaborazione con tutti gli Stati. È parte della sua tradizione prestare attenzione alla dimensione politico-istituzionale, perché rappresenta i popoli. Dialogare con gli Stati Uniti significa interloquire direttamente con chi assume decisioni che possono orientare il mondo verso la pace o verso la guerra. Ricordo l'11 aprile scorso: a San Pietro il Papa ha pregato per la pace chiedendo a Dio di togliere le armi dalle mani dei potenti e invitandoli ad ascoltare la voce dei bambini. È un segno di fiducia nella capacità dell'uomo di scegliere la ragionevolezza. Il dialogo resta, dunque, il metodo basilare per costruire un percorso: un dialogo leale, rispettoso, tra Santa Sede e Usa può essere davvero una spinta per la pace».

In questo senso la Chiesa "fa politica"?

«Se per politica intendiamo la responsabilità di guidare il presente in vista del futuro, nel rispetto della dignità umana e della libertà dei popoli, allora sì. In Africa il Papa ha parlato del "desiderio di infinito" come motore della trasformazione del mondo: è una definizione profondamente politica. La Chiesa entra in questa dinamica con il proprio stile, richiamando valori fondamentali: libertà, dignità, giustizia, verità - spesso la prima vittima della guerra - e amore, fino al perdono. Non impone soluzioni, ma offre criteri, mantenendo una coerenza con il Vangelo».