«Sarà una conversazione franca». Quando si chiuderanno le porte della Biblioteca apostolica e resteranno uno di fronte all’altro Marco Rubio e Leone XIV, andrà in scena quello che nel linguaggio diplomatico — fatto di formule misurate e ambiguità controllate — viene definito uno scambio necessario per mantenere aperti i canali di comunicazione, nonostante divergenze profonde. Intanto ieri sera, uscendo da Castel Gandolfo, ha laconicamente replicato al presidente Trump e al nuovo attacco: «La missione della Chiesa è predicare la pace. Se qualcuno vuole criticarmi per annunciare il Vangelo, lo faccia nella verità. La Chiesa da anni è contro le armi nucleari». E con Rubio? «Spero in un buon dialogo».

Il dialogo tra Stati Uniti e Santa Sede si annuncia dunque intenso, critico su diversi dossier, ma destinato a rimanere leale e continuativo. «Le nazioni hanno divergenze e credo che uno dei modi per superarle sia attraverso la fraternità e un dialogo autentico», ha spiegato l’ambasciatore americano presso la Santa Sede, Brian Burch, in un’intervista a Reuters.

A rendere il clima più complesso è intervenuto ancora una volta Donald Trump: «Lui preferirebbe parlare del fatto che va bene che l’Iran abbia un’arma nucleare e non penso che sia una cosa buona. Penso che, così facendo, stia mettendo in pericolo molti cattolici e molte persone». Parole che appesantiscono ulteriormente la missione di Rubio, già incanalata su binari stretti. Sul tavolo, infatti, non c’è soltanto la questione del nucleare iraniano. Pesano anche il nodo del Libano del Sud — dove a soffrire sono anche i villaggi cristiani —, il futuro di Gerusalemme, la presenza del cristianesimo in Terra Santa ormai ridotto al lumicino, l’espansione incontrollata degli insediamenti ebraici in Cisgiordania e l’attivismo aggressivo dei coloni. In questo contesto, ciò che Washington fatica a comprendere è l’impossibilità di coinvolgere la Chiesa in una logica di schieramento o, ancor più, in un confronto militare con Teheran per neutralizzare l'arsenale nucleare. Lo ha sottolineato con chiarezza su questo giornale Giuseppe Baturi, segretario generale della CEI: la Chiesa, ha fatto notare, «non può essere ridotta a uno strumento di potere, né inserita in logiche di schieramento». A rimarcarlo pure il cardinale Pietro Parolin, intervenuto ieri da San Giovanni Rotondo: «Il Papa va avanti per la sua strada, nel senso di predicare il Vangelo, la pace come direbbe San Paolo in ogni occasione opportuna e inopportuna. Anche di fronte a questi nuovi attacchi io non so se il Papa risponderà».