BOLOGNA. C’era qualcuno che per sette anni ha protetto la banda della Uno Bianca? I componenti del gruppo criminale, quasi tutti poliziotti, erano rapinatori o terroristi? E se un «apparato» li ha coperti, quale e perché? Intervistato da Francesca Fagnani nella trasmissione Belve Crime, anche Roberto Savi ha confermato che questo gruppo di assassini, composto dai suoi due fratelli minori e tre sodali, «ogni tanto faceva il lavoro per i servizi segreti». Così cambia la prospettiva sulla strage del Pilastro di Bologna, la notte del 4 gennaio ’91. Oltre a nascondere ai testimoni la dinamica della sparatoria in cui morirono tre carabinieri, qualcuno avrebbe occultato artificialmente anche le ragioni. Dietro ci sarebbe la mano di soggetti anonimi avvezzi al sabotaggio, che ha confuso le carte, le responsabilità e il movente di molti altri crimini commessi dalla Uno Bianca. Ne ha protetto i membri, almeno fino a quando la loro violenza ha fatto comodo. Ha servito interessi sovversivi. Poi, ha deciso che gli esecutori potevano essere sacrificati, inventando una storia sulla loro cattura.
Così, ora Roberto Savi sarà ascoltato dalla Procura di Bologna, che da tre anni ha riaperto le indagini sui delitti che dal 1987 al ’94 ha lasciato a terra ventiquattro vittime. Lo spunto per una nuova inchiesta arriva dagli avvocati Alessandro Gamberini e Luca Moser, che rappresentano i famigliari di otto delle ventiquattro vittime attribuite a quelli che la giustizia ha condannato per aver agito con odio razziale, senso di onnipotenza e per poco denaro, ma che per le parti civili sono invece gli eredi del capitolo emiliano-romagnolo della «strategia della tensione». In sintesi, Roberto, Fabio e Alberto Savi sarebbero cresciuti nella pedagogia dell’estremismo da un padre violento e neofascista, in una casa fuori Rimini dove «ogni cassetto conteneva un’arma». Poliziotti brutali, innanzitutto (tutti tranne Fabio), che hanno iniziato con le rapine e i raid razzisti reclutando tre colleghi, usciti dai processi come meno fanatici: Luca Valicelli, Pietro Gugliotta e Marino Occhipinti. Così, fino all’88, quando i Savi incominciano a derubare le Coop e ad ammazzare carabinieri. Questo è il momento in cui la Uno Bianca sarebbe stata avvicinata dall’intelligence. Soprattutto organici dell’Arma, che in ipotesi volevano rinnovare l’immagine del corpo producendo martiri. E poi seminare il panico a scopo politico. Ecco il disegno eversivo, la strategia della tensione. Gli elementi della prima verità processuale che suscitano tuttora perplessità, d’altra parte, sono enormi.










