La rigidità muscolare, una delle principali manifestazioni della malattia di Parkinson, apre nuove prospettive per la diagnosi e la terapia della stessa patologia, che colpisce 300mila persone in Italia e la cui incidenza è in costante aumento a livello globale.
Proprio una rivalutazione di questo sintomo è al centro di uno studiocoordinato da Antonio Suppa, direttore dell'Unità di Malattie neurodegenerative del Dipartimento di Neuroscienze umane della Sapienza, pubblicato su Brain, che analizza e sintetizza tutte le evidenze pubblicate sull'argomento offrendo un quadro aggiornato e approfondito del fenomeno. I ricercatori, in particolare, hanno affrontato in modo sistematico tre aspetti fondamentali del fenomeno: la corretta definizione di rigidità, una misurazione affidabile e l'individuazione dei meccanismi biologici che la determinano.
Lo studio, frutto della collaborazione con alcuni dei maggiori esperti mondiali nel campo delle neuroscienze, provenienti da istituzioni di eccellenza in Europa e negli Stati Uniti, mette inoltre in luce i limiti della sola osservazione clinica e propone un approccio integrato con tecniche strumentali avanzate. Queste metodologie permettono di ottenere misurazioni più oggettive e riproducibili della rigidità muscolare. In riferimento ai meccanismi biologici alla base del fenomeno, la ricerca conferma il ruolo determinante del deficit di dopamina nei gangli della base, cioè il "centro di controllo" del cervello, ma evidenzia anche che i meccanismi attraverso cui questo deficit si traduce in rigidità non sono ancora del tutto chiariti.







