Non c’è solo una malattia di Parkinson, ma più gruppi e sottogruppi, sfaccettature di una patologia che non può essere curata da un solo farmaco. Questo è il punto centrale del risultato a cui sono arrivati i ricercatori belgi del VIB (Vlaams Instituut voor biotechnologie) e della KU Leuven nel loro studio, pubblicato su Nature Communications. Un risultato che apre le porte a un nuovo modo di guardare al Parkinson e alle cure da somministrare. In sostanza, hanno concluso gli autori della ricerca, “per i pazienti è possibile predisporre trattamenti terapeutici personalizzati”, una cura ’su misura’ che eliminerebbe probabili fallimenti per centrare l’obiettivo, che è quello di aprire la strada alla guarigione.

Il Parkinson

In Italia 300.000 persone soffrono di questa patologia neurodegenerativa. Quando si parla di Parkinson il riferimento va a un disturbo neurodegenerativo cronico e progressivo che di solito colpisce dopo i 50-60 anni. Interessa il controllo dei movimenti provocando tremore a riposo, rigidità muscolare, bradicinesia (lentezza) e instabilità posturale. Ma può generare anche problemi non motori come disturbi del sonno (fase REM), iposmia (riduzione olfatto), stitichezza, depressione, ansia e riduzione dell'espressione. A monte di questo disturbo c’è la perdita di neuroni dopaminergici e l'accumulo di α-sinucleina (corpi di Lewy).