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Ultimo aggiornamento: 7:30

C’era una volta la politica dei grandi partiti di massa. Quella democristiana era grigia, ingessata, bacchettona. Un perbenismo che sapeva di incenso e casa canonica. I comunisti erano anticlericali ma il loro atteggiamento era ancor più fideistico, se possibile. Dovevano apparire sobri e austeri, duri e puri. Berlinguer poneva la questione morale, giustamente. In America erano puritani, i rappresentanti del popolo erano sottoposti a giudizi morali così severi da sfociare nel moralismo. Clinton fu crocefisso non tanto per il fatto dello studio ovale ma per aver mentito al popolo, giurando il falso.

Alberto Sordi, nei panni di Gasperino er carbonaro, licenziava in tronco il fattore che aveva falsificato i conti: se me freghi sul carbone, me freghi su tutto. È un problema di fiducia. La politica svincolata dalla morale crea corruzione e crollo della credibilità; è dalla mala politica che nasce il germe dell’antipolitica.

Avevamo tassi altissimi di politicizzazione: tutti, nei bar, nei negozi, nelle scuole parlavano di politica. Tutti votavano: i galoppini di partito portavano ai seggi ciechi e invalidi, vecchi e malati. In tutto il centrosud restavano esclusi solo i residenti all’estero. In poche tornate siamo precipitati a livelli di astensione paragonabili a quelli che da sempre c’erano negli Stati Uniti. Anche la politica riservata agli addetti ai lavori. Siamo bravissimi a prendere il peggio e in colpevole ritardo. Non vorremmo arrivare alle stragi nelle scuole.