ROMA — Stavolta Giorgia Meloni sceglie l’autoironia: “Devo riconoscere che chi le ha realizzate… mi ha anche migliorata parecchio”. Il punto, però, è serio. Sui social tornano a circolare foto false che sessualizzano l’immagine della premier, “generate con l’intelligenza artificiale e spacciate per vere”. Un caso personale che, avverte, “va oltre me”: i deepfake “possono ingannare, manipolare e colpire chiunque. Io posso difendermi. Molti altri no”.

Non è un episodio isolato. Già nel 2020 il volto di Meloni era stato inserito in video pornografici fake finiti online, con milioni di visualizzazioni. Da lì un’indagine della Polizia Postale e un processo a Sassari: la presidente del Consiglio si costituì parte civile chiedendo un risarcimento simbolico da destinare al fondo del Viminale per le donne vittime di violenza. L’esito ancora non c’è stato, ma il precedente oggi fa scuola. Nel frattempo, il fenomeno si è allargato, colpendo politici di ogni schieramento, spesso con una dinamica ricorrente: l’uso del corpo femminile a fini denigratori o sessuali. In altri casi, i volti noti vengono sfruttati per costruire video-truffa a sfondo finanziario. La reazione politica è trasversale. Solidarietà arrivano dalla leghista Simonetta Matone, da Mariastella Gelmini di Noi Moderati e dalla pentastellata Alessandra Maiorino, che parla di un fenomeno “diffuso e gravissimo”, con un impatto ancora più pesante sulle donne. Ma l’unità si ferma qui. Dal Partito Democratico arriva l’affondo: Anna Ascani accusa il governo di essersi limitato a introdurre nuovi reati (il riferimento è alla Legge 132/2025, mentre è in discussione al Senato la Ddl 644 sul diritto esclusivo sulla propria identità digitale ndr) senza costruire un meccanismo efficace di rimozione rapida dei contenuti. È il nodo vero per l’esponente dem: non solo punire chi crea i deepfake, ma fermarne la circolazione. Una proposta per obbligare le piattaforme a cancellazioni immediate, soprattutto in campagna elettorale, è stata respinta dalla maggioranza che ha preferito aspettare l’entrata in vigore dell’AI Act europeo, prevista per agosto. Due linee che restano distanti: da una parte la leva penale, dall’altra la regolazione dell’ecosistema digitale. In mezzo, la velocità del web, che rende spesso inutile intervenire dopo. “Verificare prima di credere”, dice Meloni. Ma nella giungla digitale, il tempo resta il vero campo di battaglia.