Non è un caso se il primo obiettivo dopo un mese di cessate il fuoco è in un'area fuori da Hormuz, nella zona di Fujairah dove si trova il porto sul Golfo dell'Oman, a circa 70 miglia dallo Stretto, diventato un punto di accesso cruciale alternativo alle rotte energetiche del Golfo Persico, soprattutto ora che Hormuz è chiuso.

Da qui sono stati esportati nel 2025 dopo essere passati per l'oleodotto Habshan-Fujairah, in media 1,7 milioni di barili al giorno tra greggio e prodotti raffinati, pari a circa l'1,7% della domanda globale, secondo i dati di Kpler. E anche di più dall'inizio della guerra (a pieno regime si arriva a 1 milione 800 mila barili al giorno).

Siamo anche nel cuore degli Emirati Arabi, appena usciti dall'Opec, che puntano ad avere le mani libere per spingere la produzione di greggio fino a 5 milioni di barili al giorno. Gli stessi che stanno trattando con gli Usa per una linea di credito swap, quel tipo di sostegno finanziario rigorosamente il dollari che la Fed o il Tesoro Usa concedono a paesi come gli Emirati, dicono gli analisti, per alleviarli da uno stress economico ma anche per rafforzare il ruolo del biglietto verde nel sistema finanziario globale. E del resto è lo stesso strumento utilizzato in Argentina a fine 2025 e largamente utilizzato dopo la crisi del 2008.