DUBAI – L’uscita degli Emirati Arabi Uniti dalla Organizzazione dei paesi esportatori di petrolio (Opec) dopo quasi sessant’anni di partnership sta già cambiando il panorama del mercato energetico del Medio Oriente. A partire da domani, Abu Dhabi sarà libera dai limiti di produzione – imposti principalmente dall’Arabia Saudita – e potrà aumentare la produzione del greggio fino alle sue massime capacità. L’intera mossa ha spostato l’attenzione sull’oleodotto di Habshan-Fujarah, l’infrastruttura che permette agli emirati di bypassare lo Stretto di Hormuz e che diventa simbolo di questa transizione.

L’agenzia di stampa ufficiale Wam ha comunicato martedì la scelta con toni misurati ma inequivocabili: “una decisione sovrana in base a visione strategica di lungo termine” e “interesse nazionale”. Tradotto dal linguaggio diplomatico: basta quote imposte da Riad, basta coordinamento che frenava la produzione emiratina (attorno ai 4,8 milioni di barili al giorno di capacità). Abu Dhabi vuole pompare di più, vendere il greggio come meglio crede e, soprattutto, garantirsi che quel petrolio arrivi a destinazione anche mentre la guerra con l’Iran ha trasformato Hormuz in un imbuto quasi impraticabile. Ed è qui che entra in scena Fujairah.