VENEZIA - Più che una disputa artistica, ora è una contesa giudiziaria. Da una parte c’è la Soprintendenza archeologia, belle arti e paesaggio di Venezia; dall’altra c’è l’antiquario lagunare Pietro Scarpa. In mezzo si trova il “Salvator mundi”, dipinto di scuola veneziana che secondo il ministero della Cultura va attribuito a Vittore Carpaccio e, dunque, deve essere vincolato, mentre l’importatore vorrebbe poterlo spostare. Un anno fa il Tar del Veneto aveva accolto il ricorso del privato, ma adesso il Consiglio di Stato ha riaperto il contenzioso, ordinando una perizia con cui un esperto di Ca’ Foscari dovrà ricostruire la storia e il percorso dell’opera.

Scarpa ha impugnato i provvedimenti con cui la Soprintendenza nel 2024 aveva negato il rilascio dell’attestato di libera circolazione a scarico dell’olio su tavola e aveva avviato il procedimento di dichiarazione dell’interesse culturale particolarmente importante del medesimo quadro. Il punto centrale della controversia riguarda l’ipotizzata illegittima uscita del dipinto dal territorio nazionale, dopo che nel 2011 era entrato in Italia dall’Austria. Per il Tribunale amministrativo regionale, la posizione ministeriale era illegittima, «in assenza di oggettivi riscontri circa la presenza in Italia del bene anteriormente alla sua temporanea importazione dall’estero». I giudici veneziani avevano però puntualizzato che, qualora quei trascorsi fossero stati accertati, l’istituzione avrebbe potuto «attivare gli strumenti giuridici e diplomatici per ottenere il rientro del bene in Italia, nel rispetto delle leggi e delle Convenzioni internazionali in materia». Secondo il ministero, infatti, l’opera sarebbe stata presente in Italia «quanto meno fino agli anni Sessanta del secolo scorso», come documentato dalla letteratura scientifica in materia.