Dopo un’onorata carriera spesa a parlare bene o male di libri, anche su queste pagine, mi trovo in enorme difficoltà a discutere I Promessi sposi, considerato il padre del romanzo italiano, il momento fondativo della nostra lingua letteraria. Eppure non è scritto in lingua italiana, perché la lingua italiana non esisteva, esiste oggi che ogni romanzo italiano attinge a uno stile comune, fatto in parte di traduzioni dall’inglese e in parte di dialoghi cinematografici. Non ho studiato come Manzoni sia arrivato alla prosa del suo capolavoro (intendo la versione definitiva) ma quella scrittura è irripetibile, inimitabile. Del resto ogni grande scrittore scrive nella sua lingua, non in quella della nazione in cui si trova a operare. Nel romanzo di Manzoni si trova il toscanismo “scandolo” anziché scandalo, e mille altre parole esotiche alle nostre orecchie, eppure si capisce benissimo. Perché? Perché il punto non è la lingua, ma l’emozione e la musica di un testo, che aiutano il significato.

Si trova spesso un errore per cui oggi gli editor ti scorticano vivo, cioè la virgola dopo il soggetto. C’è Dio, ma non è un romanzo cattolico e non entra in polemica con i valori moderni e non predica la religione dell’umanesimo. Sono più cattoliche le opere di Pasolini. È un romanzo eretico, e perciò controverso, enigmatico e di impossibile interpretazione. A scuola non sanno che farsene, anche perché è lecito il dubbio che, per un adolescente, sia un romanzo troppo raffinato. A quell’età bisogna appigliarsi a qualcosa di più spettacolare, oppure a qualche estremismo politico, mentre I Promessi Sposi è un libro all’altezza di un lettore al di sopra del tempo e dello spazio come Goethe, che lo ammirava molto, soprattutto per quella galleria formidabile di personaggi, il cast meglio assortito del mondo.