Ci sono vite che non si misurano soltanto nel tempo che attraversano, ma nei sogni che riescono a far nascere.

Giuseppe Floridia se n’è andato il 3 maggio, dopo aver affrontato la malattia con una forza discreta e ostinata, quasi a voler restare ancora un po’ per vedere compiersi ciò che per lui era diventato destino: il Museo Mario Giansone.

Non è stato solo un progetto culturale, il suo. È stato un atto d’amore lungo una vita. Un dialogo costante con le opere di Mario Giansone, con la loro materia, la loro voce silenziosa, la loro memoria scolpita nel tempo. Floridia le ha raccolte, studiate, protette. Le ha strappate all’oblio e restituite alla luce.

E alla fine, ha dato loro una casa.

Il museo oggi aperto a Sant’Ambrogio di Torino non è soltanto uno spazio espositivo: è il punto d’arrivo di un’attesa lunga anni, forse una forma di fedeltà. Tra quelle pareti, tra quelle sculture, non vive solo Giansone. Vive anche lo sguardo di chi ha creduto che nulla, se davvero amato, vada perduto.