Tra le zone d’ombra della verità mancata sul dossier «Mafia e appalti», il calvario giudiziario di Mario Mori e Giuseppe De Donno occupa un posto da podio. Furono loro a scrivere quel rapporto. Furono loro, poi, a finire sotto processo. E furono ancora loro, ad essere assolti dopo che il documento («877 pagine, 483 allegati e 44 schede relative a persone coinvolte nelle indagini» per dirla con De Donno) aveva già fatto il suo tempo nell’oblio. Una giustizia tardiva, certo. Ma quanto basta per chiedersi a chi convenisse che quel dossier continuasse a non disturbare nessuno. Mori era colonnello del Raggruppamento operativo speciale dei carabinieri (Ros). De Donno, capitano. Tra il 1989 e il 1992 condussero un’indagine innovativa, rompendo gli schemi tradizionali: non più il braccio militare di Cosa Nostra, ma il suo intreccio strutturale con appalti pubblici e politica. Il risultato fu il dossier «Mafia e appalti» che, nella Procura di Palermo, trovò soltanto due sostenitori convinti: Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. E per il quale, dopo oltre trenta anni, non si intravede una totale verità. I fatti dicono che il 27 maggio 2013 la Corte d’Assise di Palermo aprì il processo sulla trattativa Stato-mafia.