Nanocapsule che entrano in sincronia con le piante per proteggerle, alimentarle e farle prosperare. È questa la tecnologia sviluppata dalla startup torinese Altered Materials: galeotto fu il Politecnico di Torino. Marco Illich, Morena Rolando, Carlo Amata e Silvia Fraterrigo Garofalo si sono incontrati tra i laboratori e per circa un anno e mezzo hanno lavorato su consumabili agricoli biodegradabili. Poi hanno alzato il tiro concentrandosi su una nuova tecnologia, appunto nanocapsule biodegradabili, che fosse in grado di limitare l’apporto di sostanze di sintesi chimica in agricoltura.

Già, perché “c’'è un problema che l'agricoltura moderna si porta dietro da decenni, silenzioso ma enorme: il 50% dei fertilizzanti che vengono sparsi nei campi non arriva mai alle piante”, spiega Marco Illich, uno dei co-fondatori. “Si scioglie, scorre via, finisce nelle falde acquifere. I prodotti fitosanitari vanno ancora peggio: il 90% si disperde nell'ambiente senza raggiungere il bersaglio”.

E i prodotti biologici normalmente più diffusi? “Teoricamente sono più sostenibili, ma spesso si degradano velocemente una volta usati in campo sulle colture e a volte persino nei magazzini prima ancora di essere usati”. La soluzione è quindi in un una serie di nanocapsule, grandi quanto un centesimo di capello umano, capaci di ospitare fertilizzanti e biostimolanti. “Insomma, si parla di componenti funzionali, stivati in strutture nanometriche, che si attivano solo quando la pianta ne ha bisogno, riducendo fino al 30% l'uso di chimica nei campi”, assicura Illich. La somministrazione alle colture avviene come per qualsiasi altro prodotto: a seconda del tipo di trattamento si fa sulle foglie oppure sul terreno.