Dagli esordi dei Jackson 5 a fine anni ‘60 in Indiana al Bad World Tour del 1988, il biopic sulla star mondiale del pop è un film forse imperfetto, ma trascinante e ottimamente interpretato. Dove è il cinema ad essere al servizio della musica, e non viceversa
Genova – La fragile personalità di Freddie Mercury in Bohemian Rhapsody, l’uomo rimasto bambino dietro alla leggenda del pop in Michael. C’è una nuova stagione nel genere biopic, c’è il coraggio di produttori e attori nel voler toccare la materia degli dei per plasmare opere che sono ad alto rischio di insuccesso. Ma la morale è che tutte le storie si possono raccontare, basta solo scegliere una chiave narrativa, un tasto su cui posare la nota accentata. E non importa se il prodotto non sarà perfetto: non lo sarà proprio perché l’imperfezione è natura umana, e imperfetti sono necessariamente i protagonisti dei biopic della musica. Persone, prima che giganti del rock e del pop.
Jafaar Jackson, nei panni di Michael, fratello di suo padre Germaine (courtesy Universal Picture)
La nota accentata che il regista Antoine Fuqua ha scelto per Michael è il registro celebrativo, anzi agiografico, calato in una struttura narrativa tutta musicale, dove lo spettatore è sistematicamente immerso nelle hit di Michael Jackson, splendidamente incarnate e portate sul palco dal suo nipote naturale, Jafaar Jackson, figlio di Germaine. Jafaar nel film fa qualcosa di gigantesco: diventa Michael. Balla e canta come lui, ha la sua stessa voce pacata e infantile nei dialoghi, la sua malinconica solitudine nello sguardo. Quasi un miracolo di interpretazione, così come era stato quello di Rami Malek nel vestire i panni del leggendario frontman dei Queen.








