Un refresh di consensi. A questo serve un biopic come Dio comanda. Prendete “Michael”, che sta sbancando il botteghino in tutto il mondo, e aggiungeteci il valore del catalogo del Re del Pop: qualcosa come 1,5 miliardi di dollari. Due anni fa la Sony ne acquistò il 50 per cento tra master e diritti di pubblicazione. Occhio: per garantirsi la cornucopia serve un timing astuto sull’uscita del prodotto cinematografico. Se il personaggio è morto e sepolto da anni il giochino riuscirà meglio che nel caso in cui sia ancora in giro su questo disgraziato pianeta, invecchiato e ostinato a salire su qualche palco. Il De Cuius, compianto e divinizzato, garantisce l’attenzione della nostalgica generazione cui apparteneva e di quelle successive, che non lo conoscono o ne hanno solo sentito lodare le gesta. A patto, naturalmente, di non sporcarne il ricordo: il cinema è finzione, fiaba, idealizzazione, possibilmente happy ending: controproducente spingere le cineprese nel fango, meglio sbianchettare gli episodi sulla dark side del protagonista.
Mettete in piedi una produzione faraonica e il gioco è fatto. Ovviamente, la realtà non ha diritto di cittadinanza a Hollywood, e neppure nel juke-box virtuale che si riaccende a ogni film rievocativo sulle stelle della musica. Qui si fa mitologia, non wikipedia, men che meno un processo. Regola aurea: i fans rifiutano a priori l’ipotesi di aver amato un idolo umanamente squallido. Si dicono: non possiamo esserci fatti fregare da Lui, se non era un santo poco ci mancava, venite adoremus, i malvagi lo hanno disegnato come un carnefice, semmai era una vittima dello star-system e degli squali che speculavano sulla sua generosità. Così, nel Biopificio, l’immagine torna candida, specchiata, vendibile. Il repertorio, del resto, è formidabile.













