Non è mai stata particolarmente brillante l’idea di portare al cinema biopic di star musicali: la mitologia ha spesso soffocato la voglia di scardinare gli artisti da un percorso spesso didascalico, banalmente riassuntivo, forse più per i fan che non uno spettatore in sala. Forse il risultato migliore degli ultimi tempi resta “Elvis” di Baz Luhrmann, che nel suo consueto luna park ne fa un film barocco, ingombrante, eccessivo, ma almeno vitale e personale. Non si può dire altrettanto di questo ultimo capitolo, dedicato a Michael Jackson e firmato da Antoine Fuqua, spesso più a suo agio con l’action. Che cosa non funziona in “Michael”? Verrebbe da dire: quasi tutto. La delusione non sta solo nello scoprire che tutta la parte più controversa è bellamente sottratta alla storia. Al massimo emergono la sindrome del fanciullino che si è sempre portata addosso (da Peter Pan fino allo zoo paradisiaco casalingo) e il rapporto conflittuale con un padre tiranno che ne ha minato per quasi tutta la sua esistenza la libertà personale, in casa e sul palcoscenico. Ma è proprio l’insieme a lasciare insoddisfatti. Certo il fatto che la quasi totalità della famiglia abbia influenzato la progettazione e la realizzazione del film, per poi autorizzarla, è alla base di tutta la “distrazione” sul lato più oscuro della popstar, con le accuse di pedofilia e molestie sessuali, qui nemmeno lontanamente accennata. Ed è altrettanto vero che la scritta che sembra rimandare a un capitolo successivo potrebbe far pensare che in futuro saranno sviluppate anche queste situazioni, ma siccome non è detto, quel che rimane di questo scolorito biopic è una consacrazione della star, con quel sogno americano sempre in testa, a maggior ragione con la purezza di un fragile ragazzo prigioniero di un’infanzia perenne, generoso in attività benefiche verso bambini sofferenti e con una voce strabiliante. Fuqua così fa scorrere la prima parte in un riepilogo quasi stanco, spesso narrativamente piatto e quando scatta almeno una scintilla di regia (la fuga da casa, l’immersione nella folla adulante al cancello verso un altro mondo, tutto nella stessa sequenza), il film sembra finalmente aprirsi. Ma è già trascorsa quasi un’ora. Sfilano con lui i vari protagonisti della sua vita artistica (da Quincy Jones a John Branca) e qualche momento, come la realizzazione del magnifico corto “Thriller” firmato da John Landis, accende un minimo di emozione. Restano le convincenti interpretazioni di Juliano Krue Valdi (da bambino) e del sorprendente nipote Jaafar Jackson (da grande), ma anche la sensazione che più di altre volte il juke-box con le canzoni storiche e indimenticabili abbia preso il sopravvento e alla fine è davvero tutto quello che resta. Ma allora tanto valeva accendere il giradischi. Voto: 5