Anni fa fui ricevuta da un assessore alla Cultura: persona colta, intelligente, lungimirante. Volevo sottoporgli dei progetti. Appena accomodata nel suo ufficio, mi investì con queste parole: “Cosa è venuta a fare? Se mi propone lasciti di quadri, libri, strumenti e altri oggetti, il discorso è già chiuso. Non li vogliamo: sono polpette avvelenate”. Rimasi stranita, ma presto fu chiaro il perché della brusca premessa. Un lascito di “beni culturali” non è mai uno scherzo per chi lo riceve. Richiede amore, cura, personale qualificato, e tanti soldi. Non è un regalo che puoi accantonare, trascurare, lasciar deperire. Lo devi “conservare, tutelare, valorizzare”. Sono queste le parole chiave nella gestione del patrimonio culturale, e dunque anche del patrimonio musicale: stanno nel primo articolo del Codice dei beni culturali del 2002. Bologna, a questo proposito, vanta patrimoni artistici meravigliosi, ed eccelle anche in quelli musicali. Basti pensare ai tesori del Museo della Musica, mèta di continue visite da tutto il mondo. Lo stesso vale per la Collezione Tagliavini.
Luigi Ferdinando Tagliavini (1929-2017), bolognese, fu musicista e musicologo insigne. Organista e clavicembalista, tenne concerti e master classes in tutto il mondo. Per più di trent’anni fu professore ordinario di Musicologia a Friburgo, in Svizzera. In aggiunta coltivò una terza specialità: nell’arco di mezzo secolo raccolse una straordinaria collezione di clavicembali storici. Con estrema perizia li accudì, li fece restaurare, li suonò anche in pubblico. Accanto ai clavicembali acquisì pianoforti, clavicordi, organi, strumenti a fiato e della tradizione popolare. La collezione – un’ottantina di pezzi – testimonia l’arte cembalaria dal Cinquecento in poi, e attira anche gli storici dell’arte, giacché vari strumenti sono finemente decorati. Fra i clavicembali tre preziosissimi: Nicolò Albana (Napoli 1584), Giovan Battista Giusti (Ferrara 1679), Mattia di Gand (Roma 1685). Tra gli acquisti dell’ultim’ora c’è un rarissimo arpicordo di Alessandro Trasuntino, risalente addirittura al 1540. La collezione Tagliavini, inestimabile per pregio, rarità e varietà, si distingue da altre non meno ricche, in Italia e fuori, perché questi strumenti hanno conservato il loro suono: non sono muti oggetti da museo, da ammirare e studiare, bensì oggetti vivi, da suonare e tenere in esercizio, beninteso con tutte le indispensabili cautele. Su di essi rivivono davvero le note di Frescobaldi, Scarlatti, Bach.










