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Il regime degli ayatollah avrebbe accumulato quantitativi di combustibile radioattivo che, se processate ulteriormente, potrebbero servire alla costruzione di decine di bombe nucleari
Le trattative tra Stati Uniti e Iran sembrano ormai arrivate al capolinea e si moltiplicano le indiscrezioni dei media su un possibile imminente riavvio di operazioni militari contro Teheran. Il blocco navale imposto dagli Usa a seguito, a sua volta, dello stop al passaggio delle navi nello Stretto di Hormuz da parte di Teheran non ha piegato il regime teocratico. Non solo sulla riapertura del nodo strategico ma anche sullo spinoso e pluridecennale dossier nucleare della Repubblica Islamica, il quale, avrebbe detto Gadda, assomiglia sempre più ad un “pasticciaccio brutto” di difficile soluzione.
Donald Trump ha ripetuto più volte nelle scorse settimane che i pasdaran non potranno avere un’arma nucleare ma secondo gli esperti l’impasse sul programma atomico dell’Iran è frutto di un decisione che affonda le sue origini nella decisione presa dallo stesso presidente americano al tempo del suo primo mandato. Nel 2018 infatti il tycoon decise di ritirare gli Stati Uniti dall’accordo negoziato con Teheran dalla precedente amministrazione guidata da Barack Obama, il Joint Comprehensive Plan of Action (Jcpoa). “Orribile”, la definizione affibbiata dall’attuale leader Usa all’intesa siglata dal suo predecessore che, per quanto imperfetta, aveva però il merito di porre sotto controllo le attività del regime degli ayatollah in campo nucleare.






