Dal nostro inviato da Tel Aviv

TEL AVIV – Racconta che in questi giorni Eitan ha «festeggiato tre compleanni, continua a chiedere regali». In Israele è iniziato il lungo periodo delle festività ebraiche, le tende di costruite sui balconi o a fianco dei marciapiedi, coperte con tessuti bianchi e foglie di palma. «Andiamo in giro tutto il giorno – dice la nonna Etty Peleg Cohen al Corriere – e ogni sera dorme con mia figlia Gali», la sorella della madre Tal che ha iniziato le procedure di adozione del bambino sopravvissuto all’incidente sul Mottarone.

Sui dettagli di come sia arrivato in Israele – il nonno Shmuel Peleg lo ha portato qui su un jet privato decollato da Lugano – non vuole dire nulla, non risponde alla domanda sul terzo uomo individuato dalla polizia italiana che ha affittato e guidato l’auto verso la Svizzera. Anche lei è indagata dalla procura di Pavia per sequestro di persona, in ogni caso spiega di aver perso la fiducia nella giustizia italiana «quando le pratiche per la tutela legale sono state sbrigate nei giorni in cui stavamo rispettando la shiva, la settimana di lutto, prevista dalla tradizione ebraica. Stavo piangendo cinque familiari».

Adesso lo scontro con Aya arriva davanti a un giudice israeliano, giovedì la prima udienza. La zia che vive in Italia, sorella del padre morto sul Mottarone, è atterrata domenica a Tel Aviv, i suoi legali chiederanno che il piccolo di sei anni venga subito riunito a lei in attesa della decisione definitiva sull’affidamento. La famiglia paterna Biran accusa i Peleg «di lavaggio del cervello», «di aver inculcato idee» nella testa di Eitan. La nonna materna replica: «Ripete di voler restare in Israele, nessuno lo ha convinto a dirlo. Aya gli ha chiesto in una telefonata se non gli mancassero le sue cugine, ha risposto di sì ma che può vederle qui».