Le interviste di Alex Zanardi sono tutte bellissime, perché era bello lui: era pieno di luce e illuminava di grazia chiunque avesse di fronte. Persino le domande più banali diventavano l’occasione per un pensiero imprevisto, una pausa di pensiero. La più commovente è un breve scambio in cui parla di suo figlio.

Siamo nel 2016, vigilia della partenza per le Paralimpiadi di Rio. L’intervistatore gli chiede quale sia la sfida più grande. Lui risponde parlando del figlio, non della gara. Risponde così: «È cercare di essere un buon padre per un figlio adolescente con il quale ho difficoltà di comunicazione, di linguaggio. Vorrei potergli regalare esperienze che io ho già fatto al netto di tutti i “bernoccoli” che ci sono sulla mia testa per le capocciate che ho preso».

Sorride sempre, mentre parla: «Vorrei semplificargli la vita, vorrei fare tutto quello che posso per fare in modo che diventi una brava persona». Anche io, credo tutti. Soprattutto quando la vita ti mette di fronte all’evidenza che il tuo tempo non è infinito (lo sappiamo, sì, ma quando ci capita qualcosa lo sentiamo nel corpo) allora vorremmo costruire memoria più velocemente: perché oggi è il passato di domani, e oggi si fabbricano i ricordi.