BRUXELLES – Ancora di recente, Mark Rutte si è voluto fiducioso sul futuro della Nato di cui è segretario generale: «Siamo passati da una crisi all’altra», ha ricordato in aprile. Ha ragione, l’attuale crisi non è la prima nella storia di una organizzazione nata nel 1949. Addirittura, ci sono sorprendenti analogie tra la situazione di oggi e quella degli anni 60. Eppure, a Bruxelles molti si interrogano sulla reale capacità (e volontà) della Nato di adattarsi alla nuova situazione. L’annuale vertice di quest’anno, in luglio ad Ankara, potrebbe essere decisivo per il futuro dell’alleanza.
Da mesi ormai, il rapporto transatlantico è segnato dai ripetuti attacchi del presidente Donald Trump, che ha accusato gli europei, restii ad intervenire nel Golfo Persico mentre ancora si combatte, di essere dei «codardi». Nella stessa occasione ha detto di essere «deluso» dal comportamento della Nato. In precedenza, aveva trattato a male parole due tradizionali alleati americani, il premier canadese Mark Carney e il premier inglese Keir Starmer, e preso visibilmente le distanze anche dalla presidente del Consiglio italiana Giorgia Meloni.
Le sorprendenti analogie con le tensioni del passato
L’Alleanza atlantica non è mai stata priva di tensioni e di contrasti. Il primo segretario generale, l’inglese Hastings Ismay, usava dire che la sfida dell’organizzazione militare era «di tenere i russi fuori e gli americani dentro». Poco sembra essere cambiato. Un altro segretario generale, l’italiano Manlio Brosio, ha lasciato un diario da cui emergono sfide per nulla dissimili a quelle di oggi (Diari Nato 1964-1972, pubblicati nel 2011 dalla casa editrice il Mulino). Anzi, le similitudini con la situazione attuale sono sorprendenti.













