C'è un filo che attraversa i secoli e arriva fino a noi, quasi invisibile eppure resistente: la convinzione che colpire il Vaticano significhi colpire qualcosa di più grande di un'istituzione. Significa sfidare un simbolo. Ed è proprio questo filo che Luigi Ricci, esperto di sicurezza e geopolitica con un passato nella Gendarmeria vaticana, ha deciso di seguire nel suo saggio “Vaticano Zero Day. Guerre ibride e nuove minacce alla Chiesa nell'era dell'Intelligenza Artificiale”, in edicola dal primo maggio e già capace di suscitare un dibattito che va ben oltre gli ambienti specialistici.
Il titolo non è casuale. "Zero Day" è un termine mutuato dal mondo della cybersicurezza: indica una vulnerabilità sconosciuta, sfruttabile prima che qualcuno abbia avuto il tempo di porvi rimedio. Applicato al Vaticano, diventa una metafora potente e inquietante. La Santa Sede, sostiene Ricci, si trova oggi esposta a minacce che spesso precedono la nostra stessa capacità di riconoscerle: attacchi informatici, campagne di disinformazione, manipolazioni algoritmiche, deepfake, tensioni interne amplificate dagli ecosistemi digitali. Una guerra che non produce macerie visibili, ma erode significati.
Il punto di forza del libro sta nella sua capacità di intrecciare piani diversi senza mai perdere la bussola analitica. Ricci non cede alla tentazione del complottismo, né si rifugia nell'allarme fine a sé stesso. Muove invece con metodo, partendo dalla storia, dalle incursioni saracene dell'846, dal Sacco di Roma del 1527, dalla breccia di Porta Pia, per mostrare come la vulnerabilità del papato non sia una novità del XXI secolo, ma una costante che ha semplicemente cambiato forma. Ciò che un tempo erano flotte nemiche e armate mercenarie, oggi sono algoritmi, narrazioni ostili e reti di influenza opache.









