Guerra ibrida e libertà. La preoccupazione generale per i continui sconfinamenti russi nei cieli dei Paesi Nato ha distolto l’attenzione dell’opinione pubblica da quello che è stato sicuramente un atto di guerra contro l’Europa, un atto di guerra che è anche una possibile anticipazione del futuro che ci aspetta: l’attacco informatico che ha gettato nella disorganizzazione e nella paralisi per due giorni gli aeroporti di Berlino, Bruxelles, Londra. Giustamente, abbiamo paura che ci arrivi addosso una guerra condotta con armi convenzionali (sullo sfondo c’è anche lo spettro della guerra nucleare). Ma gli attacchi agli aeroporti, la manifestazione fin qui più spettacolare e più grave della cyber war che viene ormai condotta contro i Paesi europei da anni (con una intensificazione dall’invasione dell’Ucraina in poi) dovrebbero avere dimostrato a tutti che le guerre ora non si fanno solo con le armi da fuoco e i soldati sul terreno. Dovrebbero rendere l’opinione pubblica edotta del fatto che l’uno o l’altro Paese in un prossimo futuro potrebbe essere gettato nel caos e anche ridotto alla disperazione e alla fame senza bisogno di missili, droni e carri armati. E che pertanto occorre mettere in atto le contromisure per impedire che ciò un giorno avvenga. Lo sviluppo tecnologico ha sempre avuto due facce, una luminosa e una oscura. Da un lato, migliora, e ha sempre migliorato, la condizione umana.
La guerra ibrida rimossa
Una minaccia invisibile alle democrazie. Il problema della sicurezza informatica genera per i nostri sistemi di governo un dilemma: come garantirla senza che ciò, nel medio-lungo termine, finisca per limitare, almeno in parte, le libertà personali







