La conferenza di Santa Marta sull’addio ai combustibili fossili si è conclusa dopo 5 giorni di lavori, gli ultimi due di “alto livello”, ai quali cioè hanno partecipato ministri e inviati speciali per il clima dei governi che avevano aderito all’iniziativa promossa dalla Colombia, padrona di casa, e dall’Olanda, co-organizzatrice. E cosa resta di questo vertice concepito nella frustrante Cop30 di Belém del novembre scorso, quando era ormai diventato chiaro che, ancora una volta, non sarebbe stato fatto alcun passo avanti concreto sulla rinuncia a carbone, gas e petrolio? Il documento finale, diffuso nella notte italiana, spiega che “i Paesi sono d’accordo nell’accelerare l’azione internazionale sulla transition away dai combustibili fossili, coordinando roadmap nazionali e regionali, allineando le politiche di scambi commerciali in modo da favorire la crescita di una economia green, favorendo soluzioni che smontino le trappole finanziarie che ostacolano il passaggio alle fonti rinnovabili”. Ma aldilà delle formule e delle buone intenzioni (in 30 edizioni delle Conferenze Onu sul clima se ne sono sentite tante) il vero segnale che arriva dalla Colombia è un altro: 57 Paesi (in rappresentanza di un terzo della popolazione mondiale) si sono trovati d’accordo, pur se con sfumature molto diverse, nel dire al più presto addio ai combustibili fossili. E, vista la situazione geopolitica, non più e non solo per arginare la crisi climatica in corso.