In mancanza di soluzioni tocca ingegnarsi. E per uscire dal guado delle spese energetiche deflagrate per via del blocco di Hormuz, Giorgia Meloni cerca appiglio nelle concessioni dell'Ue per l'aumento delle spese in difesa chiesto a gran voce da Donald Trump e accordato, esattamente un anno fa, dai Paesi Nato. La flessibilità prevista dall'Unione europea per acquistare droni, armi, munizioni, missili e tutto ciò che occorre per riarmare il Vecchio continente potrebbe essere il grimaldello, la leva che consente all'Italia di fronteggiare la fiammata dei prezzi dell'energia senza sbrandellare i cordoni della borsa. «L'anno scorso il Parlamento aveva già autorizzato il governo alla possibilità di flessibilità sui conti per quanto riguarda le spese di difesa e sicurezza pari allo 0,15 per cento del Pil: vuol dire 3,7 miliardi - fa i conti la premier, intervenendo in conferenza stampa subito dopo il Cdm che ha approvato il decreto lavoro - Se oggi mi chiedete che cosa siano le spese di difesa e sicurezza, il tema energetico per me ci sta dentro». È dunque questa una delle «opzioni che stiamo considerando», e passa da sfruttare «quello che è già stato autorizzato dal Parlamento allargando però la platea, modificando almeno in parte quali sono le priorità alle quali ci si rivolge con quei provvedimenti». In sintesi, usare parte della flessibilità sulla difesa come arma per fronteggiare il caro energia.
Caro energia, Meloni: «Usiamo i fondi per la difesa»
In mancanza di soluzioni tocca ingegnarsi. E per uscire dal guado delle spese energetiche deflagrate per via del blocco di Hormuz, Giorgia Meloni cerca appiglio nelle concessioni dell'Ue per...






