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Abu Dhabi punta alla libertà produttiva e rompe con quote e vincoli di estrazione. Il greggio si riporta immediatamente sopra i 100 dollari per l'aumentata incertezza
"Vogliamo solo avere la libertà di prendere le decisioni necessarie a causa delle situazioni in cui ci troviamo a vivere". Con questa motivazione il ministro dell'Energia degli Emirati Arabi Uniti, Suhail al Mazrouei, ha annunciato l'uscita degli Emirati dall'Opec, e dall'Opec+ (che include la Russia) a partire dal 1 maggio.
"Gli Emirati hanno risorse significative non solo a livello locale, ma anche internazionale. E stiamo sviluppando continuamente il nostro portafoglio. Quindi non andremo a sconvolgere il mercato", ha assicurato al Mazrouei. Uno dei principali motivi dell'uscita riguarda il desiderio di aumentare la produzione di petrolio senza i vincoli imposti dalle quote Opec. Il sistema dell'organizzazione limita, infatti, quanto ogni Paese può estrarre per controllare i prezzi globali. E gli Emirati - che hanno una capacità produttiva in crescita, ma hanno anche subito il peso maggiore degli attacchi di ritorsione dell'Iran durante la guerra - vogliono rispondere alla domanda globale in modo più flessibile. Non solo. L'indipendenza consente anche di reindirizzare capitali per mettere in sicurezza le rotte di esportazione, in particolare investendo in oleodotti terrestri progettati per aggirare Hormuz e garantire che il greggio raggiunga i mercati globali senza interruzioni dovute a colli di bottiglia marittimi o minacce iraniane. Nelle ultime settimane, i produttori Opec si sono lamentati del fatto che gli attacchi nello Stretto li abbiano privati della loro posizione di principale fattore di influenza sulle fluttuazioni del mercato petrolifero.
















