Ogni volta che succede qualcosa — un episodio di violenza tra adolescenti, un caso di bullismo diventato virale, un video che fa il giro di TikTok per le ragioni sbagliate — il copione è lo stesso. Si apre il dibattito, si convocano gli esperti, qualcuno scrive un editoriale preoccupato, e quasi puntualmente la colpa finisce addosso agli stessi imputati: i social, gli smartphone, il digitale in generale. Ma soprattutto, sembra che oggi l’unica soluzione contemplata dal mondo adulto e da quello istituzionale sia una: vietare. Come se togliere il telefono di mano a un quattordicenne fosse sufficiente a risolvere quello che ribolle sotto. Come se il problema stesse nel dispositivo e non nella persona che lo usa. Luca Mazzucchelli, psicologo, divulgatore, scrittore (e padre di tre figli) la vede diversamente e lo dice con la chiarezza di chi ha imparato a distinguere il sintomo dalla causa, e non ha alcuna intenzione di confonderli per compiacere il senso comune.
Per lui non si tratta di individuare il colpevole in una piattaforma specifica, ma di capire come funziona il rapporto tra gli esseri umani e gli strumenti che hanno creato. Una questione antica, in fondo, che si ripropone ogni volta che arriva una nuova tecnologia dirompente.






