Il pentimento perenne di Roberto Saviano ormai è un genere televisivo, un topos mediatico. L’autore di Gomorra non lascia passare intervista (o post sui social) senza sottolineare quanto il suo bestseller gli abbia rovinato la vita, trasformandolo in un uomo con un bersaglio cucito sulla schiena. La camorra lo ha messo nel mirino, lui passa i giorni circondato dalla scorta, senza più una esistenza affettiva normale. Tutto vero, e dolore più che comprensibile. Il guaio è che spesso a sinistra c’è chi vuole sfruttare questa condizione per farlo passare come intoccabile. E l’ennesima intervista (compiacente) organizzata domenica dall’amico Fabio Fazio a Che tempo che fa, sul Nove, ne è l’ultimo esempio.
Premessa: Saviano aveva definito Matteo Salvini «ministro della malavita», era stato querelato dal leader della Lega ed è stato assolto dal Tribunale. Nessuna diffamazione. In tanti hanno letto la sentenza come un via libera all’insulto politico. Per Saviano la questione è opposta: «Portare gli scrittori, gli intellettuali, i giornalisti in tribunale da parte di un ministro è un atto assolutamente autoritario. In questi anni le prime pagine che sono state utilizzate, spese contro di me, hanno reso ordinario l’attacco del potere politico verso un intellettuale che non ha nessun altro potere se non la sua firma, le sue parole, i lettori, se ce li ha. È sproporzionato».









